Bianchi della memoria. Ricordare e raccontare

Ogni volta che guardavano insieme le foto di famiglia Alba e sua madre, i capelli bianchi diventavano un argomento inevitabile: la madre non ne aveva prima della nascita della figlia, quindi i riflessi argentei alle tempie e sulla fronte le permettevano di datare la foto con certezza.
Non poteva sfuggire un’allusione alle disgrazie di cui quella nascita era stata inizio e profezia.
Con un’aureola tutta bianca – capelli già cresciuti e ricci – Alba era venuta al mondo, a causa di una alterazione genetica che comporta mancanza di pigmento e un difetto di vista. Come tutte le cose che segnano il corpo, come nascere maschio o femmina, questa situazione stabilisce la posizione e il valore della persona nella comunità e ne determina il destino. Na senza dare nessuna identità e nessuna appartenenza, se non in negativo.
Lo strano evento venne attribuito a forze oscure, colpe passate o presenti, fatture.
La madre non glielo perdonò mai: dal suo primo parto si era aspettata riscatto e gloria. Ne ricavò invece delusione, discredito, compatimento.
In attesa che benedizioni, esorcismi, preghiere e pratiche magiche  ristabilissero la normalità della condizione umana con i colori di famiglia e le dovute somiglianze, si decise di fare come se niente fosse: occultare la disgrazia, fare il possibile per non mandare la bambina a scuola, considerare offesa il fatto che qualcuno vi accennasse.
Si sa che i piccoli crescendo cambiano e nella parentela c’erano zie bionde, per di più bellissime. Si poteva sempre sperare in una fioritura sorprendente: l’età dello sviluppo, il bacio di  un principe, un miracolo della divinità o della scienza.
Nel frattempo, si doveva organizzarsi con ripieghi più ordinari: obbligo di occhiali scuri, anche in casa e durante i giochi. La bambina li dimenticava, le davano fastidio, li perdeva, li rompeva – “Così ci vedo ancora meno…” – protestava.
– “…ma è per rispetto degli altri…” – sosteneva la più bella delle zie, chiesta in moglie dal figlio del padrone e sottoposta dalla suocera a un corso intensivo di buone maniere. Spiegava il concetto con questo esempio: uno non sente l’odore dei suoi propri piedi, ma deve lo stesso tenerli puliti, per rispetto degli altri. Quando i compagni di scuola la prendevano in giro, con allusioni ai suoi colori strani o con l’odioso scherzetto “Quante sono queste?” sventolandole davanti la mano aperta, oppure “chi sono io?” sfidando la sua malcerta capacità di riconoscimento, lei presto capì che non doveva lasciarseli scappare, perché nell’inseguimento non aveva nessuna risorsa, ma nella lotta corpo a corpo riusciva spesso ad avere la meglio. E nessuno invocava la protezione dei genitori o degli insegnanti, tanto si vergognavano di averle prese da una femmina! Nemmeno lei poteva  lamentarsi con i genitori: tutto quello che le succedeva era inevitabilmente colpa sua “così impari…”. E lei provava a imparare, ma la lezione era difficoltosa e contraddittoria…
Quando l’età dello sviluppo fu arrivata, senza guarigione e senza miracoli, la madre impose una tintura per capelli: gliela applicava lei stessa, tentando anche di pitturare  ciglia e sopracciglia. Nessuna delicatezza di mano, ma invece una frettolosa e spazientita ruvidezza: erano bruciori, pruriti insistenti, lacrime. Alla proposta di ricorrere a una parrucchiera, rispose che no,  non sta bene, “i panni sporchi si lavano in casa”.
Il panno sporco, la bellezza mancata, appena le fu possibile se ne andò via, Per fortuna, i tempi stavano rapidamente cambiando ed era possibile, per una ragazza che voleva a tutti i costi co0ntinuare gli studi, progettare un allontanamento dalla famiglia e dal paese.
Sapeva che la libertà è un lusso che una come lei non avrebbe potuto permettersi, ma sentiva ancora più forte che quel lusso soltanto valeva la pena e la fatica.
Cercò allora di incontrare persone che stavano facendo un lavoro di consapevolezza per “mettersi al mondo” o “nascere a se stesse”: nobile compito evolutivo oltre che necessità imposta dalla lacerante distanza fra le generazioni che aveva reso insanabili le incomprensioni e i conflitti come mai prima nella storia. Rimettersi al mondo e divenire figlia di se stessa era una prospettiva entusiasmante, non di se stessa soltanto, ma di tutte le persone che erano state importanti, parole ascoltate, libri letti, scelte condivise.
Il primo suo atto di liberazione fu di non tingersi più i capelli, ma di tenerli bianchissimi e lunghi, eccezionalmente appariscenti, lunatici. A metà degli anni ’60 le “svedesi” andavano di moda, la stranezza poteva essere trasformata in fascino. Col tempo poi cambiò idea e a ogni nuova fase della sua vita tornò a cambiarla, oscillando fra il desiderio di passare inosservata con il biondo più comune e la spinta a giocare il suo aspetto inconsueto come risorsa. Era sempre molto aggiornata sui nuovi prodotti per tinture: sul suo color di base  davano sempre tonalità che poi altre donne volevano copiare: biondo platino, biondo cenere, betulla, bianco candido, champagne, glicine, argento, oro. Il parrucchiere le offriva trattamenti gratuiti a condizione che desse il suo recapito. Una delle ultime trovate – allora una novità – fu quella che nominò “colpi di luce riflessa”: tingere di  biondo una ciocca sì e una no, sottilissime, lasciando come base il colore naturale. Il risultato fu di una raffinatezza commovente. Circonfusa di questo effetto speciale andò a trovare la madre, che presto notò qualcosa di strano, le prese una c fra le dita una ciocca di capelli e li fece scorrere dalla radice alla punta, lentamente. Non era un gesto di confidenza o tenerezza, ma un’ ispezione attenta, come alla ricerca di forfora o  pidocchi, come sbrogliare fili di lana o matasse di canapa.
– “Anche tu – disse alla fine – cominci ad averne molti, di capelli bianchi…Non hai mai pensato di tingerli?  Esistono adesso tinture economiche che puoi farti da sola…“
Alba rimase così sconcertata che le ci volle tempo per capire. Fin da bambina, la madre aveva parlato con lei come se fosse una sua vicina, una comare della stessa età con cui fare commenti e chiacchiere: si sentiva quasi onorata di essere trattata come “una donna fatta”, ma le succedeva anche di percepire la presenza di un’altra persona alle sue spalle. Sapeva che il desiderio o il rifiuto possono far vedere quello che non c’è  o impedire di vedere quello che c’è. ma le riusciva difficile collocare se stessa con tutto il suo corpo e la sua persona fra le allucinazioni, i miraggi, le percezioni ingannevoli. da parte della donna che doveva pur averla tenuta fra le braccia e vista crescere nella sua interezza, le faceva l’impressione di un disconoscimento della sua stessa nascita.
Le venivano i brividi al pensiero di quanta parte di lei stessa fosse caduta sotto il raggio sbiancante della negazione.
Provò poi di raccontare l’episodio, prima di tutto per colmare il vuoto, mettere le  parole al posto dei tasselli mancanti. Potente era in quel tempo la ricerca di “parole per dirlo”, la fiducia nel potere di  rigenerazione di un discorso che traducesse emozioni e sentimenti. Immaginava una specie di risarcimento, una corrente di empatia così energica e dirompente che avrebbe d’un colpo investito e disperso lo spettro dell’ inesistenza: si sarebbe formata una “società delle invisibili” – forse troppo guardate ma mai  veramente viste – che insieme si sarebbero ritrovate e riconosciute.
La prima volta che raccontò, fu al gruppo di autocoscienza, dove le difficoltà e le incomprensioni nel rapporto madre-figlia venivano spesso messe a tema. “Anch’io, anche a me…” – commentarono alcune – e raccontarono di come le madri avessero contrastato il loro desiderio di adottare le insegne della “signorina” (calze velate, qualche centimetro di tacco, un’ombra di trucco, secondo i costumi di allora), imponendo  una prolungata infanzia o la moda di vent’anni prima, con gonnelle rivoltate e maglie fatte in casa. Alba si sentì avvolta da una piacevole sensazione di comunanza, che non aveva occasione di provare spesso, e non volle rischiare di sciuparlo con distinzioni.
Provò poi a raccontare a persone di buone letture e: i più la intesero nel senso di una incipiente senilità della madre, che lei non riusciva ad accettare. Allora si rese conto che, per farsi davvero comprendere, doveva fare una premessa: garantire la  perfetta lucidità di mente e di occhi della madre, la tenuta della sua memoria, la precisa e impietosa capacità di trattenere i dettagli. Se si voleva che un evento venisse ricordato nei minimi particolari, bastava dirle di guardare e tenere a mente: a distanza di anni ricordava come le persone erano vestite e pettinate, cosa avevano detto, in quali occasioni ognuno aveva sorriso, arricciato il naso, storto la bocca. Spesso si provvede a cancellare i dettagli sgradevoli, come ritoccando una foto, ma lei no:  lei ricordava proprio tutto, con particolare accento proprio sulle cose che si sarebbe preferito dimenticare.
Solo sui capelli  della figlia era stato passato il bianchetto, colato un acido abrasivo, scoccato il black-out, si era condensata una chiazza di anti-materia. Allora,  quando il discorso si spostava sulla memoria prodigiosa, lei si adattava, quasi sollevata di cambiare argomento, disperando ormai di poter essere compresa nel punto essenziale. Non riusciva a trovare il tono giusto, non sapeva mettersi nella posizione adatta, come se un vento contrario le sospingesse indietro la polverina che rende invisibili, come se il racconto stesso si portasse dietro l’aura di annichilimento che tentava di disperdere, come se l’anti-materia si estendesse e dilagasse. Le parole non erano ancora state trovate: intere esistenze rimanevano impresentabili: si doveva glissare, saltare, cancellare, distorcere inventare finzioni per rimanere in tema. Altrimenti l’attenzione si distraeva, si percepivano serrande abbassate con un movimento simile al distogliere lo sguardo, nemmeno la curiosità apriva fessure e nessuna interpretazione trovava appigli. Il nocciolo più profondo e inquietante passava incompreso, e da questa scia di mancato riconoscimento  lei si sentiva avvolta e raggelata. Per molto tempo non raccontò più a nessuno questa storia: ci volle un lungo lavoro prima che altre parole potessero essere guadagnate, ogni nuova parola al prezzo di lacrime e sangue.
Passarono gli anni, le prospettive di rinnovamento radicale dovettero fare i conti con ostacoli e limiti, le case dell’infanzia vennero abbattute per fare posto a nuove costruzioni che resero irriconoscibili i paesi e il paesaggio, la morte cominciò a spalancare i suoi vuoti, sbarrando la strada alle fantasie di ritornare, ritrovare, riprovarci. Nei sogni di Alba appariva la vecchia casa dalle imposte verdi: al suo bussare e chiamare nessuna finestra si apriva e la madre non compariva più sul balcone sventolando un grande fazzoletto bianco, una volta convenuto che il bianco fosse il suo colore. E ricordava il saluto festoso con cui la madre usava accogliere il suo arrivo, dopo che con gli anni aveva perso l’abitudine di rimproverarla per le visite troppo rare, l’ora insolita, l’abbigliamento non conveniente. Rimpiangeva di non essersi rallegrata di quel saluto quando c’era ancora tempo, ma allora avvertiva nel tono festoso un accento di trionfo, il recupero di un possesso. E si affrettava a sottrarsi: sono di passaggio, rimango per poco, devo andare. Il saluto festoso della madre prese a ispirarle una nostalgia sorprendente, che mai avrebbe immaginato di provare, ed entrò a far parte delle esperienze di cui si sente figlia.
Decise allora di scrivere tutta la storia: trovò le parole adatte e la giusta sequenza del racconto. Non le importava più di cosa e fino a che punto i lettori  eventuali avrebbero compreso: si trattava in fondo soltanto di una storia del tempo antico, quando si viveva in piccoli paesi dove “quello che dice la gente” dettava legge, quando dai colori – inscritti nella memoria genetica delle famiglie – dipendevano identità e appartenenza e  solo quei pochi che avevano intrapreso viaggi avventurosi, lunghe trasferte o dolorose migrazioni avevano avuto sotto gli occhi un diverso colore della pelle.

Rivista letteraria CARTESENSIBILI