Vado via per sempre



Una colonia negli anni ‘50
Arrivavano i piccoli  deportati  su grandi corriere impolverate: le strade per il mare non erano asfaltate, e la polvere dell’estate  correva fino a raggiungere la sabbia della spiaggia.
Mandare i bambini in colonia era un’assicurazione contro bronchiti e polmoniti dell’inverno, nelle case  non  riscaldate. Era anche un modo di dare aria alle famiglie in soffoco nella cerchia ristretta dei parenti.
Correvano gli anni ’50: il boom economico rumoreggiava da lontano, ma noi della campagna non lo avevamo ancora visto.  Non c’era  nelle case nemmeno la radio e la sera si raccontavano i fatti di cronaca:  bambini-serpente,  figli delle streghe, scambiati nella culla, rapiti dagli zingari o dai Morti, ritrovati dopo lunghe e pericolose avventure.

.. Alla partenza si tentavano canzoni. Ma, quando si arrivava oltre i campi già noti, dove la casa dei nonni o il ponte sulla Via Cupa segnavano  la strada, le voci si spegnevano, i musi si allungavano, spuntavano lacrime dispettose e una mano cattiva strizzava lo stomaco spingendo in su le budella.
Invece,  mentre le ruote giravano e la corriera sobbalzava prendendo velocità,  io scoprivo canzoni  sempre  nuove e tentavo di insegnarle ai miei compagni: si andava via, si andava in un altro posto!  Là,  tutto sarebbe stato più bello, di una bellezza ancora da scoprire.                 

La bambina nuova
Quell’estate si annunciavano grandi novità.  La forma arrotondata di mia madre prometteva una bambina nuova,  che avevo tanto desiderata come una nuova me stessa di cui io non ero che una brutta copia.
Non ero riuscita bene,  non somigliavo a nessuno, non davo garanzia di appartenenza alla tribù. E allora  avevano deciso di  rifarmi  dall’origine, per potere anche loro  rispecchiarsi e tramandarsi nelle generazioni.
Le parole che festeggiavano la mia presenza erano “Fatti in là che ho fretta” e “Vai dalla vicina, vai nell’altra stanza, vai di sopra…” Imparavo l’arte di scomparire,  usando come risorsa la mia piccolezza e flessibilità: sotto il tavolo, dietro un tramezzo, dentro una sporta: non volevo che la mia vista li rattristasse e non avevo niente da guadagnarci a stare tra i piedi.
Quando capii  che si stavano organizzando per mettermi da parte  un  po’ più lontano, più a lungo,  pensai: Finalmente, via per sempre! Forse avrei trovato nel posto nuovo anche i miei veri genitori, che mi avrebbero subito riconosciuta e accolta fra loro, dopo l’infelice tempo della ricerca.
Una zia lavorava nelle cucine della colonia marina: questo mi valse la bazza di poter partire anche se ancora piccola. 

Immersione totale   
   Arrivavamo pallidi e tramortiti ai grandi casamenti grigi, alle vaste camerate di lettini  allineati, ricoperti di ruvida tela a righe. Anche  il mare stava schiacciato e piatto sotto il gran sole, color luccichio di fosso e risciacquatura di piatti. L’aria era opaca di foschia sospesa e ronzava di  zanzare. 

   Le tende a vela, fatte con la stessa tela dei copriletto, erano piantate in una lunga fila.
Le stesse tende, disegnate sulla sabbia col carboncino in proiezione geometrica, rappresentavano l’ombra, ma era solo un disegno, non un’ombra vera:  non aveva profondità e spessore, non faceva ombra.     
Così scappai nel mare…e fu amore al primo contatto, in immersione totale.
Nell’acqua c’era un grande abbraccio che non finiva più, accarezzava tutta la pelle  ma entrava anche dentro fin nelle pieghe più intime, portava frescura ai  bollori compressi che premevano fino a far male e spalmava balsamo sulla pelle già tesa dalle scottature,  scioglieva  nodi aggrovigliati, che lentamente  si distendevano e si allungavano con le onde,  mi lasciavano  libera di  sguazzare  tenendomi ben stretta senza mollare  la presa. Bastava vincere i primi brividi di freddo e di paura, entrare con la mano nella pelle  dell’acqua e contrastare avanzando la forza che teneva  compatta la superficie, e poi la corrente mi accoglieva, mi avvolgeva. C’erano solo due linee: l’orizzonte azzurro  e le frange delle onde verso riva, che non erano mai uguali e si poteva stare a guardarle per ore. L’acqua prendeva il peso del mio corpo e ne faceva un centro di attrazione celeste.

Bolla bollente                                
   In acqua, oltre al sole, c’è anche il riflesso:  sole alla seconda potenza. Raggi ultraviolenti sulla mia pelle priva di pigmento autoabbronzante.
In pochi giorni,  mi trasformai in un grappolo di palloncini rosa-rosso-violetto.
Non si potevano toccare: scottavano e scoppiettavano.
Provai a fare finta di niente: avevo paura di essere  di impiccio e la zia mi aveva pregata di comportarmi bene,   di  “non farmi compatire”  Ma avevo la febbre alta e mi unsero da capo a piedi con l’olio da frittura.            
Poi mi appesero alle stanghe del letto avvolta in una zanzariera: sembrava un velo trasparente, ma era fatta di piccole cellette romboidali di filo fino e tagliente, ognuna con quattro lati: contai tutti i lati a uno a uno, li moltiplicai per quattro e poi ancora per quattro fino all’infinito, e
intanto loro si imprimevano tutti sulla mia pelle, disegnandosi minutamente,  come le striature di una graticola, e i palloncini ci crescevano attraverso, in modo che diventammo un unico bozzolo.
Allora mi soffiai fuori una grande bolla tutta piena di aria ventilata, che si adattò perfettamente all’aria  di fuori e diventò leggera e fresca.  Aveva anche riflessi iridescenti e rispecchiava i cambiamenti di luce nel volgere della giornata. Era una bolla rinnovabile: a volte diventava troppo sottile e si afflosciava, allora ne soffiavo fuori un’altra boccata,  gonfiandola di nuovo.
Era impermeabile: filtrava i sentimenti, proteggeva dagli sguardi  curiosi e malevoli mentre captava le minime vibrazioni di simpatia e comprensione, richiamandole anche da lontano,  evocandole da altri mondi.   
Così, con un trattamento intensivo di  raggi  ultra- simpatici riuscii a guarire: la pelle tornò a ricoprire per bene tutte le ossa aderendo alla carne come seta umida.
Il primo giorno in cui potei alzarmi e vestirmi, andai  a contare i passi dalla colonia alla piazza del paese, dove si fermava la corriera di linea.
                                      
Principessa del castello
   Quando tornai alla spiaggia. avevo una veste a maniche lunghe e un grande cappello fatto con un centrino di pizzo bianco inamidato. Tutti ridevano di me e mi davano dei nomi:  varechina,  pannacotta,  lava-più bianco,  e anche iceberg, igloo, milady, Jennifer e quant’altro di bianco, nordico e freddo.
Poi Angela, che aveva preso il comando del gruppo delle bambine  -  come era giusto,  perché era generosa e sensibile,  anche se prepotente  -  mi chiamò “principessa del castello” e questo diede l’avvio a un nuovo fantastico  gioco:  mi ricoprirono tutta di sabbia bagnata - stavo seduta con le gambe incrociate, in modo da formare solide fondamenta -  costruirono mura merlate e bastioni intorno, scavarono un fossato con ponte levatoio. In vetta, innalzarono  la torre, con due feritoie per gli occhi e, a coronamento del tutto, il mio fiabesco cappello che venne nominato  “vessillo” .
Io pativo la sete, l’umidità e l’immobilità, tenevo  forte la pipì.  Ma almeno stavo all’ombra ed ero contenta dell’importanza che mi davano,  senza nemmeno dover sopportare l’imbarazzo di essere al centro dell’attenzione.
Un giorno, il castello era venuto bellissimo: l’arte dei costruttori si era a tal punto perfezionata che anche dall’estero venivano a vedere  quella  meraviglia: decisero dunque di lasciarlo fatto per i visitatori del pomeriggio: scavarono una feritoia in più, per metterci dentro  un biscotto di riserva,  poi se ne andarono a pranzo.            
Aspettavo con pazienza: ero contenta che finalmente si potesse giocare  “insieme” a  un gioco così nuovo, inventato da me per poterlo giocare con loro.
Andò avanti così  per alcuni giorni, poi le sorveglianti notarono la mia assenza a tavola… e io finii in infermeria, di nuovo con la febbre alta.

Persefone                                            
- “Con te non si può mai fare niente!” – . Da quel momento,  smisi di esistere: potevo fare tutto quello che mi pareva, nessuno ci badava,  nessuno mi chiamava ai giochi o alla merenda, nessuno mi chiamava per nome, ma solo  con i soprannomi che mi avevano dato loro, e io non rispondevo. L’infermeria era fresca e silenziosissima.  Solo  Angela  veniva a sedersi sul  mio letto : io  raccontavo   le storie, lei ci entrava dentro e  insieme le trasformavamo  in realtà: giocavamo alla Bambina dai capelli turchini, che fa la spola fra il mondo di sopra e quello di sotto  Mi portava biscotti da una sua scatola  speciale e frutti che prendeva a tavola:  si  raccomandava che non  mangiassi niente di quello che mi davano “loro”, altrimenti non avrei mai più potuto ritornare indietro. (…”loro” erano i Morti, che mi tenevano prigioniera nel  mondo sotterraneo).
  La zia-cuoca  mi trovò poi un rifugio segreto: la dispensa dove si tenevano i sacchi di patate e di fagioli per la comunità. Avevo anche il permesso,  o l’incarico, di sbucciarne e sgranarne una certa quantità, che lei ogni mattina pesava sulla stadera,  così avevo da fare e mi rendevo utile.
Era una soddisfazione sentire le terrose  bucce staccarsi a strisce regolari sotto il seghetto e cadere  ai miei piedi, mentre la patata nuda, liscia, umida come  appena fatta,  si adagiava   in un bel recipiente di plastica verde. Il sapore è arrendevole e compatto,  come le radici di quando giocavamo agli eremiti nel bosco, ma senza asprezza e senza nodi, la bocca  rimane un po’ impastata e amarognola; cotte, al forno o in umido, sotto la cenere o schiacciate in  purèe, fritte o in insalata, sono  uno sprofondo di morbidezza e di sapori  semplici e sfumati.
Senza dire poi delle proprietà magiche: la terra e la patata sono le materie più assorbenti che ci siano, e sono avide di luce. Bisogna pestare finemente in un mortaio la terra che rimane attaccata alla buccia della patata, e lasciarla poi esposta ai raggi di sole che, filtrando attraverso il buio, si animano di pulviscolo danzante,  in modo che ne  assorba il più possibile, poi chiudere il tutto in un vasetto con  parole rituali,  e… oplà! …si ottiene la famosa polverina che rende invisibili. Angela se ne cospargeva lungo il tragitto quando, durante la siesta del pomeriggio, veniva a trovarmi, prendendosi  una vacanza dal mondo di sopra.
 C’erano poi i fagioli, che si sgusciavano traendoli  dal loro baccello, dopo averlo aperto come la pancia di una  biscia, ed ero contenta quando ne trovavo  cinque o sei  invece dei
soliti  tre: mi sentivo proprio brava come se  li avessi fatti io e avrei voluto contarli uno a uno, per avere la misura della mia caccia al tesoro.
Patate e fagioli stanno al buio, invisibili,  sono frutti dell’oscurità che io preparavo per farne alimento dei viventi,  Così, tenendomi in contatto,  mi propiziavo la risalita.    
                                            
Vergogna
   Ma accadde che la capo-cuoca  si arrabbiò con la zia  e le disse  che  era una disgrazia, una vergogna davanti a Dio.
La zia era molto devota e  si vergognò fin nel profondo:  diventò tutta rossa, si tirò su il grembiale e ci nascose dentro la faccia.  Ma subito si accorse che il grembiale aveva grandi macchie sanguigne e puzzava di carogna: non lo aveva lavato dopo la macellazione della carne per il grande pranzo della domenica.  Si accorse anche che le cocche annodate dietro  la schiena le sollevavano la gonna scoprendo le cosce fino alle mutande rammendate,  e che un omino grinzoso in piedi dietro la porta la sbirciava con occhi libidinosi. Allora non ne potè più e sbraitò verso di me: ” Vergognati! Sei la vergogna della famiglia! Non sai fare altro che farti compatire!”
La vergogna mi saltava addosso  da tutte le parti: dalla carne del pranzo e dalla mia, ancora segnata da piaghe di ustione che non guarivano, dal grembiale  della zia, e dagli sguardi,  che mi arrivavano come lanciafiamme  e facevano di me una conchiglia vuota.
Allora la mia arte di scomparire raggiunse la perfezione. Imparai a dare al mio corpo nuove figure: schiacciata come una fetta di mortadella fra due teli stesi ad asciugare, spalmata sul pavimento sotto un mobile, appallottolata a riccio dentro la grande cesta del pane. Mi feci piccola piccola e mi mescolai alla polvere del piancito, poi mi allungai come un filo  di fumo e mi arricciolai slanciandomi in verticale dietro la grande tenda del finestrone. Riuscivo a scomparire così bene che nemmeno io mi ricordavo più di esserci: quando mi sentivo ben avvolta e sostenuta dallo spesso tessuto, mi ci appigliavo con le mani protese in alto e poi staccavo da terra i piedi e li incrociavo annodandoli l’uno sull’altro. La tenda stava  perfettamente composta,  potevo anche farla dondolare un po’se c’era un filo di vento.  La posizione scomoda  diventava naturale e scoprivo che potevo persino  stirarmi e allungarmi ancora più in alto.

Squillo di tromba                            
Tante vergogne  piccole e grandi formavano intorno a me un assedio: a morsi, graffi e calci sgretolarono il mio muro di cinta e balzarono al di là del fossato, mi inseguirono all’interno e fecero irruzione in tutte le mie stanze.
La zia cominciò a dire che io non ero veramente della sua famiglia, non le assomigliavo nemmeno:  lei aveva fatto un’opera buona offrendosi come  sorvegliante, ma, se  il compenso era il fuoco dell’inferno, allora no: ci aveva ripensato e si era pentita.                                

Intanto avevo  imparato che tutte le mattine, poco dopo l’uscita per la spiaggia, una bella corriera azzurra passava annunciandosi da lontano con  il suo motore più grosso e pastoso, e anche con doppio squillo di tromba sulla curva.
Due pini avevano allargato i loro ombrelli paralleli per tenerla al riparo. Angela aveva qualche anno più di me e conosceva la strada. Sapevo che a casa avrei trovato la bambina nuova e decisi che si sarebbe chiamata Angela.

Lische di pesce                                    
Anche gli  altri bambini erano più grandi, già capaci di togliere via da soli le lische ai pesci, sfilettandoli ai fianchi con coltello e forchetta, oppure squarciandoli dall’alto con le mani.  Tutte le lische finivano nel mio piatto:  grandi e regolari  spine di sgombero, fini e piatte di passera e sogliola,  piccole evanescenti di alici e sarde, spine grosse con capitelli e pinnacoli di pescegatto e paganello, tutte strisciavano verso di me, passate di piatto in piatto o lanciate con abile mossa, forse  depositate lì dalle inservienti, convinte che il mio posto fosse vuoto, e che quel vuoto fosse lì apposta. 
   Quella  mattina, misi  nella sacca da spiaggia tutte le mie cose,  mi feci  anche un fagotto annodando le cocche di un telo di cotone e, tenendolo sulla spalla con la mano rovesciata come avevo visto fare alle donne che andavano al mercato,  camminai svelta verso la corriera. Nessuno mi vide: la polverina che fa diventare  invisibili , ben saturata di pulviscolo luminoso ad alta concentrazione, funzionò a meraviglia.
                                                    
“Vado via per sempre”
  Come in sogno arrivai a casa –la porta era aperta – e salii correndo le scale. Andare in bagno e poter chiudere la porta fu il mio primo desiderio. Presto sentii un tonfo e due bestemmie: mio padre era inciampato nel fagotto che avevo abbandonato  davanti alla porta e inveiva contro le donne che non mettono mai  a posto le cose.
Presto si accorse che anch’io non ero al mio posto e si mise a gridare che adesso mi ci avrebbe messa lui.
Allora mi ripresi la sacca in mano e il fagotto in spalla e dissi  con grande serietà la mia frase famosa:”Allora  vado via, vado via per sempre.”
 Lui si mise a ridere di gusto e continuò a ridere per anni.  Tanto gli piacque quella scenetta che non perdeva occasione di raccontarla.  Raccontava in dialetto, poi, giunto alla battuta finale, si alzava, si caricava sulle spalle un fardello immaginario  e, ansimando per il peso, con la voce in falsetto, strepitava in italiano: “Vado via! Vado via per sempre!” Anch’io scoppiavo a ridere, come se stessi appesa alle sue labbra  a chiedermi: “Adesso, cosa dirà mai?”, e quando sentivo “Vado via per sempre”, il nodo si scioglieva e la risata sgorgava irresistibilmente, sempre nuova ad ogni replica, come sguazzare nell’acqua        

La storia raccontata     
Ma nello stesso tempo, una mano fredda mi prendeva al cuore.
La storia che lui conosceva non era vera,  era la versione della zia, che io avevo finto di accettare, per quieto vivere e desiderio di dimenticare presto: in colonia mi ero trovata benissimo, ma il mio turno era finito e il padre di una compagna mi aveva accompagnata a casa, per tutta la strada  avevo ripetuto che volevo tornarci e restare là per sempre.
Questa storia parlava di un’altra bambina, che non aveva  mai conosciuto la ferocia del sole, i giorni della graticola e gli occhi della zia spiritati di vergogna, era sempre come entrare da sola nello stanzone rumoreggiante delle lische di pesce. Le  sensazioni venivano insieme: sguazzare nell’acqua, entrare nello stanzone, la mano fredda sul cuore, la scenetta di mio padre.
Si mescolarono, e andarono a formare un  impasto, agrodolce, che faceva nello stesso tempo ridere e piangere, dava allegria e vertigini, faceva venire voglia di andare  a fondo nel grande mistero che è essere al mondo. Mistero che per me da allora prese il nome: “Vado via per sempre”.